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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Diario


3 luglio 2013

Il partito ossimoro

Cacciari dice oggi al Fatto che il PD non è mai nato. Sarebbe meglio, in positivo, dire che sono nati, in realtà, almeno un paio di PD diversi, forse inconciliabili tra loro, ma che procedono infruttuosamente per ‘convergenze parallele’. Un partito ossimoro, insomma. Il loft di Veltroni è del tutto in linea con l’#openPD renziano. Così come la visione del partito di Bersani, Franceschini, D’Alema, Cuperlo è vicina alla concretissima tradizione organizzativa della sinistra italiana (con tutte le innovazioni possibili, visti i tempi che cambiano in modo inesorabile). Due PD, dunque, il cui schema è il seguente. Da una parte, c ‘è la politica ormai defluita nella comunicazione, nella medialità, compressa nel corpo e nel simbolismo del leader, dove il partito è solo un vettore molto leggero orientato al governo e gonfio di stagisti, una navicella usa e getta affinché il Capo si insedi alla guida dell’esecutivo o dov’altro ritenga più opportuno. Dall’altra, invece, c’è la politica che resiste alla comunicazione, alla sua riduzione a spot elettorale, che mantiene il campo che le è proprio a cavallo di società e istituzioni, dove il partito resta autonomo da Palazzo Chigi, dalla Rete, dalla TV, dalle oligarchie e tiene salde le proprie radici nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nella carne e nel sangue della società, senza cercare scorciatoie o comodi cortocircuiti mediatici, senza contare troppo sull’immagine del leader a scapito dei contenuti e delle idee. I detrattori della politica, definiscono il ‘nuovo’ lo schema A e novecentesca lo schema B. Io chiamerei, invece, barzelletta lo schema A e una cosa tremendamente difficile e seria quello B. Punti di vista. Resta il fatto dell’ossimoro PD, del grande dibattere di regole congressuali e modelli organizzativi in un modo che nasconde la verità vera, inconfutabile, ossia che ci sono due ‘cose’ che non si sono mai amalgamate in termini politici e culturali, perché forse non lo sono affatto. Oppure perché le condizioni storiche sempre più avverse ai partiti non costituiscono l’humus appropriato al progetto. O anche perché la politica è sempre più una botta di comunicazione, un battaglia elettorale, e questo senso ‘apolitico’ della politica non aiuta l’amalgama, che invece andrebbe costruita attraverso una mediazione culturale lenta e inesorabile, quando invece tutto sembra ridursi al giochino della leadership su un terreno politico-istituzionale scabro e striminzito. E non fertile di idee, valori, solidarietà di partito, ossia gli ingredienti indispensabili a costruire qualcosa che sia qualcosa. Può darsi, allora, che Cacciari abbia ragione da vendere a dire che il PD non sia ‘un’ partito; ma la sua critica, per quanto non peregrina, in fondo utilizza lo stesso ‘metodo’, lo stesso ‘paradigma’ di chi oggi smonta la politica pezzo a pezzo correndo dietro al ‘nuovo’. Anche lui in fondo taglia con l’accetta cose e situazione, cede alla tentazione della battuta secca, della polemica a effetto, della critica tranchant, con lo stesso linguaggio (il medesimo, il medesimo) del Grillo di turno. Polemico, graffiante, critico fino alla corrosività, ma superficiale, sbecchettato e frammentato come un post del nuovo duce cinquestelle e, da poco, anche aspirante golpista. Peccato, perché Cacciari è una mente elevata, un intellettuale raffinato e intelligente, coraggioso e intransigente, non uno sproloquiante, non uno venuto dal nulla della politica, ed è il mio maestro, tale lo giudico, peraltro, se mi perdonate l’ardire.


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17 aprile 2013

Rodotà for President: adesso!

        
   

Le L_Antoniarie (tanto un “arie” non se rifiuta a nessuno) hanno stabilito, in maniera inequivocabile, questa graduatoria per l’imminente elezione del Capo dello Stato. Diamo non più di 14 secondi a chi di dovere per prenderne atto e operare conseguentemente:

1° classificato    Stefano Rodotà con venti Babbà;

2° classificato    Romano Prodi con dieci Babbà;

3° Classificato   Franco Marini con due babbà due.

Premio miglior ‘Passo Indietro’ della Critica a Massimo D’Alema.

Nelle conseguenti operazioni di presa d’atto dei risultati, si consiglia la convocazione di un summit con il PDL per due proprio due sganassoni in streaming. Tanto per far capire meglio i concetti.

 


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22 marzo 2013

Il piano B non esiste.

 

Il Piano B semplicemente non esiste. E nel caso esistesse sarebbe la negazione del Piano A, e cioè un governo di cambiamento guidato da Bersani. Fuori di questo vedo già lo spettro di un altro governo del Presidente (con tutto il rispetto ) o di un governo tecnico (abbiamo già dato) o di un governo di alte personalità (in quanto tali del tutto svincolate da mandato e rappresentanza, dunque fuori dalla logica democratica). Senza politica e senza progetto di cambiamento, un governo è solo emergenza e galleggiamento. È come mantenere in vita un Parlamento divenuto fine a se stesso, autoreferenziale, svuotato di rappresentanza effettiva. Come garantire ai parlamentari una sopravvivenza di fatto ingiustificata.

 

Senza governo non riusciremmo a fronteggiare la crisi? Ma siamo da mesi senza un governo. Per conto mio, è da agosto che l’esecutivo Monti è morto all’interesse pubblico e sopravvive delle sole ambizioni del premier. Un anno di governo tecnico (purtroppo, perché nei primi mesi di vita ha svolto dignitosamente il suo compito) ci lascia con indici socio-economici peggiori di quanto non fossero prima (a partire da precarietà e disoccupazione). Oggi serve una svolta. Basta galleggiamento.

 

Peraltro, vorrei vedere alcuni alla prova di una nuova campagna elettorale, Berlusconi per primo, ossia l’uomo che, dicono, si è battuto come un leone nella precedente campagna. Così come vorrei vedere Grillo alle prese con un altro tsunami che potrebbe essere, più che altro, un venticello alla Bombolo. Nonché Monti, che verrebbe risucchiato definitivamente dal buco nero del Centro. Ma vorrei anche vedere i grillini mollare senza rimpianti, resistenze, desistenze e incazzature la loro poltrona parlamentare. E vorrei anche vedere Crimy senza più il microfono davanti: riusciranno a toglierglielo? Riuscirà la forza pubblica a sgomberare l’aula dai seguaci di Grillo a Parlamento ormai disciolto? Bella sfida davvero.

 

Un’altra campagna elettorale di attacco. Meno ‘responsabile’. A carte scopertissime e pronta a lanciare la sfida. Si deve far tesoro dell’ultima e ripartire in tromba. Oggi più che mai serve un’Italia Giusta, lo vediamo alla prova dei fatti. Non paia estremismo, questo, ma solo un invito alla radicalità, in una fase che non chiede moderatismo, ma assunzione verticale di responsabilità e, persino, una certa irresponsabilità. Ci vuole coraggio non solo idee. Bersani sta dimostrando di averlo. Se fallisse, se non gli fosse riconosciuta la guida del governo, questo coraggio riversiamolo nel Paese: dialogo e progetto, ecco il claim. Un bagno di democrazia nelle urne, mentre i progetti che vedo non sono più meramente antipolitici, ma quasi eversivi. Senza il quasi.

 
Nella foto, l'eventuale piano B. Aaaaaaargh!!!


12 febbraio 2013

Papa, un mestiere difficile

La secolarizzazione è una brutta bestia. La sfida della fede, in un mondo che sembra virare altrove, appare ancora più impervia. Ecco il contesto ‘di fede’ entro cui collocare le dimissioni del Papa. I ragionamenti sul potere, sull’intellettuale, sulla modernità, persino laicità del gesto, ci stanno tutti. Ma la cornice non è solo questa. Un uomo di fede affronta il suo rapporto col mondo storico e con quello celeste in due modi: il calvario (ed è il caso di Wojtyla) condotto sino alle estreme conseguenze; oppure l’atteggiamento laico delle dimissioni, valutata la propria scarsa forza ad assumere un compito sempre più immane. Il calvario è lotta ispirata, le dimissioni una valutazione raziocinante, fredda, umana troppo umana. Il primo gesto è nella tradizione della Chiesa, il secondo una rottura decisa sul piano storico, e tanto più su quello della fede. In questo senso Benedetto è stato ‘coraggioso’: ci vuole coraggio a fare una scelta ‘laica’ quando il predecessore si è immolato sino all’ultimo respiro. Ci vuole coraggio a riconoscere i propri limiti nella sfida contro la secolarizzazione del mondo, la laicizzazione sempre più spinta, il carattere sempre più storico degli eventi. È qui il senso (uno dei sensi possibili) dell’addio papale.

 

Da questo punto di vista, le dimissioni non sono un bel segno per la Chiesa. Che un suo soldato, il più alto, faccia un passo indietro in un’epoca in cui servirebbero molti, ma molti passi in avanti, incute un certo timore tra i fedeli. Non è solo l’immagine della Chiesa momentaneamente smarrita. I francescani subito scesi in preghiera dinanzi alla tomba di San Francesco raffigurano, per certi aspetti, un’immagine tremenda: che non indica la mera spaesatezza dinanzi alle dimissioni del Papa, ma l’acuta sensibilità di una sfida sempre più complessa e delicata che la Chiesa, nelle attuali condizioni, non sa o non è in grado di intraprendere e affrontare come dovrebbe. Una sfida per la quale servirebbe una fede portata ai massimi, un tremendo calvario, una croce, una testimonianza acuta, un’apertura alla realtà umana e che rischia, invece, di appiattirsi in qualche argomentazione intellettuale, pur lucidissima, in qualche immancabile lotta di potere, in una fredda vacanza del soglio papale che non lascia presagire alcunché di positivo. Quando invece ci vorrebbe un rinnovamento profondo, un’apertura alle novità, un sommovimento storico che, allo stato attuale, non appare affatto dietro l’angolo. Ma cosa c’è di più rischioso di un’apertura, soprattutto se il fronte della sfida è difficile, complesso e incute persino un visibile timore? Il nome del nuovo Papa saprà certamente darci in merito qualche informazione in più.

 


13 ottobre 2012

Auguri giorgio picchio-arreda!

'PICCHIO ARREDA'

Da 51 anni ammobilia

le vostre case!


E ormai non lo 

rottama più

nessuno, 

nemmeno 

Coso, 

quello che svolazza. 

Tiè!

A U G U R I  G I O' !!!

p.s. Esiste!



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19 luglio 2012

Lepri e conigli

 

Ormai è certo. Le future elezioni politiche si giocheranno lungo la discriminante politica-antipolitica. Da una parte le forze che puntano sul rinnovamento istituzionale, sul ruolo propulsivo dei partiti,sulla tenuta democratica, sullo sviluppo; dall’altro, quelli che giocano allo sfascio e, ormai, della politica non conservano più nemmeno un vago ricordo: Grillo, le liste civiche che oggi fanno molto tendenza, la Lega di lotta, la destra arruffona e tribunizia di questi anni, quelli del Fatto quotidiano, ecc. Assisteremo a un certo rimescolamento e a qualche trasversalismo. La presenza del Cavaliere sarà equivoca e indurrà molti dei suoi a scegliere altre sponde. Inutile dire che non si tratterà soltanto di scegliere chi governerà, ma saremmo chiamati a decidere un destino, una prospettiva politica di lunga lena. Saranno elezioni politiche che proporranno uno ‘scavalco’ netto, non lasceranno tutto com’era prima. A meno che non riesca al Cavaliere il sogno nascosto di impattare, determinando una situazione inesplicabile che potrebbe produrre un Monti2 o simili. Terribile esito di una fase che già oggi disorienta.

È molto probabile che un Governo Bersani lo vogliano in molti ormai. Sarebbe l’unico esito serio di una situazione tale che, finché si scherza può andare bene tutto, persino un giochino à la Parma, ma se poi si fa sul serio (e la battaglia dello spread, sulla povertà che cresce, sulla disuguaglianza che allarga il baratro della frammentazione sociale dice che si sta facendo assolutamente sul serio) i margini si riducono al minimo e non c’è più scelta possibile che non quella di rimboccarsi le maniche e di affidarsi alle formiche, seppure maledettamente postcomuniste. Perché, ditemi voi, c’è un’alternativa POLITICA seria al Governo Bersani? C’è qualcun altro che abbia la stessa FORZA e offra le stesse garanzie POLITICHE? No che non c’è. Ha questo di bello la tradizione comunista (e della sinistra complessivamente, e delle forze popolari ancor più in generale), quello di aver prodotto una scuola, una tradizione, un sapere strutturato, una dose di responsabilità nazionale, un sentimento della politica, un senso del ‘popolo’, un gusto per l’interesse pubblico, collettivo, generale CHE NON È RISCONTRABILE IN NESSUN ALTRA PARTE, MENO CHE MAI A DESTRA. Diceva bene Luigi Einaudi della borghesia italiana: cuore di coniglio e gambe da lepre. Ecco. Al contrario, la sinistra, i cattolici popolari, il movimento operaio, il popolarismo, hanno sempre dimostrato un attaccamento non casuale al bene pubblico. Ricordo gli operai che occupavano le fabbriche per salvarle dalla distruzione bellica e dalla furia nazifascista. Quelli che oggi evadono, portano i soldi all’estero, speculano sulle disgrazie altrui, e poi straparlano contro i politici sono gli eredi di quelli di cui parlava Einaudi. Ammalati di profitto, bramosi di denaro, attenti calcolatori dei proprio individuale tornaconto. E allora c’è solo il governo Bersani davanti, a meno che non si voglia andare a fondo più di quanto non sia ora: sarebbe la gioia degli insopportabili urlatori antipolitici che ci circondano e di cui sentiamo sempre più il pericolo e l’inconcludenza.


13 ottobre 2011

Mezzo secolo è mezzo secolo!

        


> Tu non sei cinquantenne, sei vecchio: da vecchieus, che significa ‘saggezza’!


AUGURI GIO’!

Nella foto, a centrodestra, George Clooney a Venezia in occasione della mostra del Cinema. A centrosinistra, invece, gli anni di mutuo (che non te li leva nessuno).


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18 maggio 2011

Siamo telegenici?

 

Che dietro il berlusconismo vi sia poca riflessione politica, e invece molti interessi diretti, lo dimostra anche lo stile e il metodo con cui quelli del PDL stanno affrontando la riflessione post-Milano. Cicchitto, non uno qualsiasi, dopo un vertice con il premier, ha solo detto che Pisapia è un pericoloso estremista, sventolando fatti e situazioni appartenenti a epoche antidiluviane. Tutto qui, nemmeno uno straccio di analisi. Ovviamente, nella loro testa, si tratta di oscurare l’estremismo attuale (vero e perdente) di Berlusconi e della Santanchè (oltre che, inopinato, della stessa Moratti), con quello finto e presunto dello sfidante. D’altra parte, se vale lo stesso parametro di giudizio, che dire dei vari La Russa e Gasparri, loro sì estremisti veri e militanti in epoca meno recente, e peraltro anche attualmente?

Il gruppo berlusconiano, insomma, risponde con le armi che ha. Non ragiona di politica, non vede i processi che si materializzano da tempo (o finge di non vederli). Sono capaci soltanto di assecondare il verbalismo aggressivo del Capo. Punto. Oggi Feltri chiede di cambiare, perché forse si è un po’ esagerato. È lo stesso (sono gli stessi) che ieri mettevano in mano a Berlusconi un microfono collegato all’amplificatore Marshall di Jimi Hendrix, quando ripeteva accuse volgari e indicibili contro i magistrati. Purtroppo (anzi meglio per noi) trasformare la politica in rozza comunicazione-politica è come inondare d’acqua un crinale: prima o poi si scivola e si va di sotto.

Va tutto bene se sono loro a rendere scivoloso il pavimento su cui camminano. Male, invece, se siamo noi a farlo nei nostri confronti. La sinistra non può vivere senza politica, non può affidarsi a guru ben pagati che ciarlano nelle riunioni e sparano claim, e poi credono sia possibile trasformare fatti concreti come i processi politico-sociali o le crisi economiche, in volatili e terrificanti soundbite. La politica, in tutta la sua tremenda potenza, è per noi è l’unico punto d’appoggio su cui fare leva, per trasformare questo stato di cose e far ripartire il motore del cambiamento e della giustizia sociale. Il resto è roba da consulenti per la comunicazione, quelli di cui si servono anche i nostri amministratori locali quando faticano a capire il senso di un editoriale, d uno studio, di una tabella o di un libro. O quando sperano in una comoda scorciatoia. All’analfabetismo e all’ignoranza (politica e culturale), ormai si risponde spesso (sin troppo pigramente) con frasi spot e sorrisi telegenici.

Nella foto, un simpatico candidato PDL nel corso di un'analisi politica dopo la scoppola elettorale.


14 gennaio 2011

Io me ne andrei

 

“Io me ne andrei lo faccio lo sai...lo faccio lo sai
e poi...vedrai ma tu...che vuoi!!...” (Parole di Ciwati 3.0, musica di Claudio Baglioni)

Il nome esatto è “democrazia”. Si tratta di quel complesso sistema politico-istituzionale che prevede, tra l’altro, la pacifica costituzione di maggioranze e minoranze mediante lo strumento regolato del voto. Questo è accaduto al PD ieri in Direzione. Sarebbe stato meglio, forse, che ci fosse stato un voto palese, e i veltroniani non avessero espresso l’incertezza e la non-scelta che pure rimproverano a Bersani lasciando la riunione. Vabbè. Non si può avere tutto dalla vita. Non si capisce nemmeno l’uscita di Gentiloni, che chiama il voto una “prova di forza”. Ma come, votare alle primarie è nel DNA del PD, mentre in sede interna il voto è considerato un insulto bello e buono?

Oggi Europa parla di “PD senza pace”. Altri giornali si esprimono diversamente: sono più lontani dal PD, ma più vicini alla realtà dei fatti. Secondo Il Messaggero “Il leader ora è più forte”: s’intende Bersani, ovviamente, che raccoglie in Direzione qualcosa come il 70% di consenso (di più sarebbe stata una cosa bulgara). Per il Riformista, invece, è stato “finalmente rotto il tabù dell’unità. Cappellini scrive che “il PD trasmette all’esterno la volontà di scegliere e di far valere le prerogative della leadership”. È vero. La leadership (non quella stupidamente mediatica, ma quella politica) nasce anche a colpi di votazione, a seguito di scelte, sulla base di un’impostazione che traccia una linea di demarcazione nel corpo di un organismo senza per questo ucciderlo. Democrazia, appunto. Leadership democratica, appunto, non carismatica. Vai a vedere che un Bersani più determinato non sappia pure rafforzare la propria immagine esterna di leader! Meraviglia così che i moderni MoDem, quelli che votano “si” senza “se” e senza “ma” in FIAT e invocano un leader incartocciato in un loft, non capiscano questa verità elementare. Lapalissiana.

Ciwati 3.0, infine. Al quale ormai dedichiamo ogni giorno un paragrafetto. Al punto che sembra quasi diventata la mascotte dell_antonio. Ciwati, dicevo. Dopo la direzione parallela, la litigata con Renzi, il rinnovato piglio da leader brianzolo, ci aspettavamo un intervento da vero capopopolo. E invece che fa? Ti volti e vedi la sua sedia vuota. Perché lui piglia, si alza e se ne va proprio sul più bello. Poi ci ripensa e spiega ai giornali che, in caso mai, avrebbe votato “no”. Avrei votato, ma intanto me ne andrei. Preferisco le primarie, grazie, adoro i gazebo. Quando vedo la tela dei gazebo sento il calore della comunità blogger. Magari alla prossima vi spiego meglio. Con comodo, tanto chi ci corre dietro. E tu? Fatto di sguardi tu? Resti o te ne vai? Resto, resto. Anzi no, vado. Ma no, passerotto, non andare via. Seeeenza i tuooooi capricciiii che farooò?


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13 ottobre 2010

Auguri Grande Timoniere!

(*)

(*)
Auguri Padre Celeste

della Rivoluzione,

Guida luminosa del Popolo,

Nostro Nume!

Insomma, Auguri Giò!  :-)))


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